Cult di VeneziePost | 26 settembre 2015

Turismo industriale: un fenomeno ancora tutto da costruire

Secondo la ricerca di Jfc del febbraio 2015 il Veneto, dopo la Lombardia, è la seconda regione per presenza di siti industriali con valore turistico (11,1%), a cui si aggiunge il Taa con il 3,7% e il Fvg con il 3,2%. Dagli outlet aziendali al mecenatismo d’impresa, Vicenza è l’area più attiva, ma i progetti sono tutti fermi

Che una delle maggiori risorse del nostro Paese sia il turismo, è un concetto che non serve ripetere; ma c’è un genere di turismo ancora poco conosciuto in Italia, pur avendo delle potenzialità notevoli. Stiamo parlando del «turismo industriale» – visita a musei o stabilimenti aziendali, botteghe di artigiani, o siti di archeologia industriali -, che nella sola regione tedesca del Brandeburgo genera 50 milioni di euro l’anno, e 29 milioni di euro nella contea inglese dello Yorkshire grazie ai 770 mila visitatori annui del National Railway Museum di York. A rilevarlo è una ricerca di Jfc del febbraio 2015, secondo cui nell’intera Unione Europea «si stima che il turismo relativo al patrimonio industriale generi più di 18 milioni di presenze turistiche – quindi di soggiorni, con una spesa media sul territorio di 349,00 Euro per i turisti internazionali e 220,00 Euro per quelli nazionali. A questi si aggiungono 146 milioni di escursionisti day-user, con una spesa media sul territorio di 28,00 Euro».

Una potenziale «gallina dalle uova d’oro» anche per il Nordest se, come rileva la stessa ricerca, il Veneto è la seconda regione italiana dopo la Lombardia per presenza di siti industriali con potenziale valore turistico – l’11,1% dei 166 censiti da Jfc, a cui si aggiungono il 3,7% del Trentino Alto Adige e il 3,2% del Friuli Venezia Giulia. Un comparto però, dicevamo, che deve ancora esprimere appieno le sue potenzialità: a livello nazionale, nel 42% dei casi l’iniziativa è della singola azienda e non inserita in un rapporto più ampio con altri operatori. I turisti coinvolti vengono stimati da Jfc in 880 mila l’anno – con una rilevante presenza straniera del 38% -, di cui però solo il 34% si ferma a soggiornare in una struttura ricettiva generando indotto per il sistema alberghiero – con un fatturato generato di 25 milioni di euro. Che cosa si fa dunque per raggiungere quella quota di 2 milioni e 760 mila turisti industriali che secondo Jfc la rete di siti industriali potrebbe potenzialmente «assorbire»?

A livello italiano era partito un progetto in questo senso già a metà anni Novanta, promosso da Confindustria, e che nel 2013 ha portato al portale www.turismoindustriale.it, che raccoglieva varie proposte in questo senso – solo tre però le aziende aderenti in Veneto, e nessuna nel resto del Nordest. Il progetto è attualmente fermo da circa un anno, come riferisce l’ex dirigente di Confindustria Francesco Granese, che lo sta tuttavia portando avanti sui social tramite la sua società di comunicazione per l’impresa Strategie Integrate: si va dal museo della Piaggio, a quello della grappa Poli, alle visite guidate alle aziende piemontesi o alle vecchie centrali Enel. «Turismo industriale può significare tante cose – spiega -, dagli outlet aziendali al vero e proprio mecenatismo d’impresa, come nel caso della Barilla che nel suo museo raccoglie opere di arte moderna. Il portale era nato come una vetrina per mettere insieme esperienze stabili o transitorie, ed oggi continuiamo la nostra attività di ricerca delle iniziative delle singole imprese: tra le aree più attive ci sono Torino, il Ponente ligure e la provincia di Vicenza».

Anche qui esiste infatti un sito, www.turismoindustrialevicenza.it, che raccoglie tutte le informazioni su aziende visitabili – oltre un centinaio -, itinerari in cui questa visita può essere inserita, proposte, notizie ed eventi. Anche in questo caso, però, si tratta di un’iniziativa momentaneamente ferma: «Nel 2015, in occasione dell’Expo, con regione e associazioni di categoria si era deciso che si sarebbe portata avanti la promozione del turismo in Veneto tramite questi canali – riferisce il consigliere delegato di Vicenzaè, Vladimiro Riva -, così ci siamo fermati per ripartire nel 2016». Promozione che però, a detta di Riva, non ha sortito i risultati sperati: «Ritenevo che il Veneto si dovesse proporre ai Paesi lontani attraverso i soggetti esclusivisti per la vendita dei biglietti dell’Expo – afferma -, l’unico modo per arrivare a tutti e con costi contenuti. Cosa che non è stata fatta, perdendo l’opportunità di presentare la capacità produttiva del Veneto. Certo sono state portate avanti altre iniziative, spero che a fine Expo se ne possa tracciare un bilancio positivo». I risultati comunque in passato si sono visti: «In occasione delle Olimpiadi invernali di Torino, dove erano stati fatti visitare i cantieri del villaggio olimpico, abbiamo fatto a nostra volta visitare i cantieri del restauro della basilica palladiana con una risposta più che soddisfacente – riferisce -. Molte scuole, soprattutto istituti tecnici agrari dell’Austria, sono venuti a visitare distillerie, cantine, salumifici e caseifici. Sono l’agroalimentare e la moda i settori di maggior successo». E proprio da qui si intende ripartire nel 2016: «Per molti che arrivano da lontano l’interesse maggiore è lo shopping: e mostrando come vengono prodotte le nostre eccellenze, penso ad esempio alle borse di Bottega Veneta, l’intera regione può diventare una sorta di distretto del commercio e dello shopping. Senza contare che far vedere la manualità di chi crea questi prodotti consente di formare nuove generazioni in grado di portare avanti queste tradizioni. Inoltre vogliamo riprendere il percorso tematico della Via della pietra, che sta suscitando grande interesse nei Paesi arabi e negli Usa».

Esistono poi in Italia altri progetti portati avanti da enti regionali. Per iniziativa di Assolombarda e Confindustria è nata nel 2001 Museimpresa, associazione che riunisce 58 musei e archivi d’impresa in tutto il territorio nazionale, e propone itinerari sul territorio legati a questi siti. I nomi sono di tutto rispetto, dall’archivio storico dell’Eni, ai musei Alessi, Kartell e Barilla, alla Fondazione Pirelli; anche qui però il Nordest è rappresentato solo dal Veneto, con il museo Nicolis, il Museo della grappa Poli, il museo Rossimoda della calzatura e la collezione storica e archivi Rubelli. Di stampo tematico invece il progetto portato avanti dalla regione Emilia Romagna come capofila e dalla Camera di Commmercio di Modena, che con «La Terra dei motori – Motorvalley» propongono un viaggio alla scoperta dell’Emilia Romagna con l’automobile come filo conduttore – basti citare i musei di Lamborghini, Ferrari e Ducati.

Una serie di esperienze che fanno da degno contorno a Open Factory, il maggiore evento di turismo manifatturiero delle Venezie, che il prossimo 29 novembre permetterà a migliaia di persone di visitare 100 aziende tra le più innovative del Nordest. A promuoverlo è Cult Venezie con la consulenza della Fondazione Nordest, il cui comitato scientifico raggrupperà le aziende aderenti sotto percorsi tematici – dai musei d’impresa, ai laboratori di artigianato digitale, alle aziende del bio-high-tech – così da creare dei veri e propri «pacchetti» di visita. Un’occasione per le aziende di mostrare i propri processi produttivi e le proprie specificità e per clienti e «turisti d’impresa» di scoprirle, in quel processo di conoscenza reciproca e sinergia del territorio che Josep Pey Cazorla – che con la sua società/sito Elgenerador ha guidato il rilancio del turismo industriale in Catalogna e messo in rete oltre trenta città -, nella sua visita alla Camera di Commercio di Vicenza nel 2013 ha indicato come fondamentale: «l’importante è individuare luoghi dove poter mostrare come un prodotto nasce, si progetta, cresce e arriva al consumatore. Molti produttori dichiarano di aver migliorato la loro immagine [..] Quando si arriva in un territorio non basta più vedere i monumenti o assaggiare un piatto: la sinergia delle offerte rende più attrattivo un territorio dove si mostra tutto, anche che cosa si produce e perché, si ha la sensazione di aver conosciuto davvero un Paese».DI CHIARA ANDREOLA


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