Cult di VeneziePost | 26 settembre 2015

Micelli: «Bravi a fare ma non a raccontare»

Non la promozione di un singolo comparto o di un’idea genericamente nuova di turismo, ma la messa in moto di un meccanismo che avvantaggi tutti gli attori del territorio: così Stefano Micelli, direttore scientifico della Fondazione Nordest e tra i protagonisti nella costruzione dell’Open Factory del 29 novembre, analizza il fenomeno del turismo industriale. Un vero e proprio processo che va dal ritrovare l’orgoglio del racconto di sé, alla valorizzazione del made in Italy e del territorio, all’agevolazione per la nascita di startup.

Professor Micelli, il Nordest è un territorio che, secondo la ricerca di Jfc, presenta potenzialità notevoli nel campo del turismo industriale: quali sono i punti chiave per sfruttarle?

«Quello che ci interessa è mettere in moto un meccanismo che avvantaggi tutti, a partire dalla possibilità per le aziende di farsi conoscere anche per quelle che sono le loro ricchezze culturali. Non si tratta di promuovere l’ennesimo spicchio di turismo con il relativo indotto sulle strutture ricettive, pur essendo questo un fattore importante; ma di ragionare su una maggiore comprensione del made in Italy, sulla valorizzazione di un territorio riscoperto come spazio da fruire per le sue qualità culturali. Nel Nordest in particolare ci troviamo a parlare a due mondi distinti: gli abitanti del luogo, chiamati a riappropriarsi di sé stessi e dell’orgoglio del racconto di sé tramite la riscoperta di mestieri e di aziende importanti non solo sotto il profilo economico, ma anche del patrimonio culturale; e i turisti stranieri, che hanno bisogno di servizi aggiuntivi che oggi non ci sono, per poter fruire di questo patrimonio in abbinata al resto dell’offerta turistica. Prendiamo ad esempio Venezia e l’entroterra: pochi turisti stranieri conoscono la riviera del Brenta e la sua tradizione calzaturiera, ma se vi venissero accompagnati magari porterebbero a casa un bel paio di scarpe come souvenir».

Chi potrebbe essere il soggetto fornitore di questi servizi?

«Qui vedo il terreno elettivo per una nuova generazione di startup in cui coinvolgere i giovani che vogliano lanciarsi in iniziative nuove. Si possono costruire iniziative ad hoc per le nuove generazioni, ormai cosmopolite, che fungano da ponte tra il resto del mondo e il territorio».

Eppure sembra che finora né le imprese né i turisti abbiano sfruttato appieno le opportunità offerte da questo settore: esiste un pregiudizio?

«Sicuramente si è a lungo pensato alla manifattura in maniera pregiudiziale, come un qualcosa da abbandonare perché segno di un Paese che non accetta la sfida della modernità. Oggi il valore della manifattura è nuovamente riconosciuto, ma rimangono dei preconcetti da superare da parte degli italiani. Un’iniziativa come Open Factory vuole creare una consapevolezza diversa presso chi fa impresa dell’interesse che oggi può suscitare il racconto dell’industria e dell’artigianato di qualità: siamo bravi a produrre, ma molto meno a raccontare. Giornate così servono a rendere esperienza visibile e tangibile questa intuizione, e qui sta il nostro sforzo. Quando sia gli imprenditori che il pubblico vedono con i propri occhi, i risultati arrivano. Per la Fondazione Nordest questo è un tema di grande importanza su cui vogliamo svolgere un ruolo chiave, sia dal punto di vista scientifico che dell’impatto sul Made in Italy, tenendo presente due diverse dimensioni: i nuovi flussi e quanto questi possono valere per chi vende i prodotti».


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