Micelli: «Accendiamo i riflettori su giovani e lavoro vero»

Il Mattino di Padova / di Eleonora Vallin

«Oggi la parola lavoro è sinonimo di contratto sindacale. La si usa per indicare la sua fine, con la pensione, o la sua assenza: il non lavoro, la disoccupazione. Ma per una volta, sotto i riflettori, c’è il lavoro vero e non le sue derivate; e l’Italia ha un enorme bisogno di far propria, e di far capire ai giovani, questa idea del lavoro. Una visione che si comprende solo comunicando da vicino proprio con chi ogni giorno opera in azienda». Stefano Micelli è anima e ideatore di Open Factory. Economista, guru dell’artigiano 4.0, conosce il tessuto imprenditoriale italiano e del Nordest meglio delle sue infinite tasche.

È il terzo anno di Open Factory: quale bagaglio esperienziale e conoscitivo portate con voi dalle prime edizioni?

«La consapevolezza che esiste una domanda, una curiosità e anche l’urgenza di capire cosa sta dietro ai successi del made in Italy. Abbiamo colto il desiderio comune, che non è solo del Nordest perché questa iniziativa ha emuli in tutta Italia, di riappropriarsi di questa cultura materiale: del saper fare che sta dietro ai nostri successi commerciali globali. Dall’altra parte, le aziende non solo hanno imparato che aprire le porte è importante ma anche che, queste apertura, va accompagnata da un racconto adeguato alle aspettative, una spiegazione anche per i non addetti ai lavori. Tutti stanno al gioco e oggi le aziende si sono attrezzate per la sfida, un ottimo segno».

È un’operazione di trasparenza che non riguarda solo la produzione. Aprire le porte significa mostrare luoghi di lavoro, attenzione all’ambiente, non solo prodotto.

«Queste imprese sono consapevoli che la qualità del prodotto non basta più, né basta aprire il sipario sui processi manifatturieri; sanno che ci sono delle competenze, che c’è il rispetto per l’ambiente, che le materie prime non devono essere sprecate e che i luoghi di lavoro devono essere ospitali. La nuova qualità è questa: noi veniamo da un mondo dove la qualità era solo nel prodotto finito ma adesso ci sono nuove variabili di cui l’impresa è responsabile».

Chi è mosso dal desiderio di entrare nei gangli produttivi e nei laboratori?

«Sono tre i pubblici che finora abbiamo individuato: il primo è quello più legato al mondo industriale: addetti ai lavori come docenti e giornalisti più i familiari dei lavoratori, tutti mossi dalla volontà di capire e anche curiosare. Poi c’è un pezzo di società più allargato che sta riscoprendo il senso della manifattura: gente che si aspettava l’avvento di una new economy fatta di siti web e invece prende consapevolezza che oggi si campa ancora così, con l’impresa manifatturiera. Poi c’è un terzo livello, composto da persone che provengono da fuori Veneto che invece inizia a percepire un legame profondo tra queste pratiche e la cultura, e capiscono che qui c’è un pezzo di cultura materiale che spinge le persone a viaggiare. Vedo una sempre più larga consapevolezza del fatto che, quello che domenica 26 metteremo a fuoco, sta diventando una parte generale della nostra cultura dell’essere».

Cosa resta ai lavoratori coinvolti il day after? Da questo investimento, cosa “porta a casa” l’azienda il lunedì?

«Il tema vero è quello che lega il valore del prodotto al racconto del prodotto stesso, una dimensione che non possiamo scindere. Oggi, non solo i responsabili ma tutti in azienda, devono essere in grado di raccontare cosa fanno. Open factory è l’inizio di un percorso dove le aziende scoprono la necessità di sviluppare una consapevolezza a ogni livello. Il racconto che nasce in modo conviviale, nel rapporto con gli altri una domenica pomeriggio, è l’inizio di consapevolezza più ampia che ogni lavoratore poi si porta a casa e riporta in azienda lunedì. Non riguarda il top manager che immagino già abbia, avendo aderito a Open Factory, ma i suoi dipendenti che prendono atto che fuori esiste un interesse oltre le loro aspettative. Ma ciò riguarda anche un’idea nuova del lavoro».

Ovvero?

«Oggi il lavoro è sinonimo di contratto, indica la sua fine con la pensione o la sua assenza con la disoccupazione. Per una volta sotto i riflettori c’è il lavoro vero e non le sue derivate. E l’Italia ha bisogno di capire il lavoro in questa visione, proprio parlando da vicino con chi lavora».


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