L’Economia del Corriere della Sera -

Fabbriche aperte: viaggio tra ripresa e solidarietà

«Ancora fiducioso», si dirà Daniele Lago, a dispetto delle mille difficoltà attraversate con il lockdown, lo stop forzato dell’azienda, la chiusura dei negozi. «Fiducioso» perché per lui, una delle figure più originali del design italiano e perciò imprenditore simbolo del settore al di là dei volumi di fatturato (40 milioni, con 200 dipendenti), nel post Covid ci sarà ancora più spazio per una nuova idea del vivere e dell’abitare. E, dopo questa esperienza, non ha dubbi: l’intera industria del mobile saprà sfruttare al meglio la rivoluzione digitale che in questi mesi ha cambiato il modo di approcciare le cose.

Storie

Michele Moltrasio di Gabel, a sua volta uno dei brand più conosciuti del comparto cui appartiene comprende i marchi Gabel1957, Somma1867, Vallesusa, Pretti –, racconterà perché la sua azienda è considerata una «sartoria industriale», come la qualità del made in Italy permette di essere competitivi nel mondo della biancheria per la casa. Giuseppe Conti, di Saib, azienda piacentina di Caorso da 123 milioni di euro di fatturato nel 2018 racconterà come perfino sui pannelli truciolari si possa fare innovazione e qualità. E poi, ancora, Alberto Nicolini, amministratore delegato di Castagna Univel, leader nella produzione di packaging alimentare con sede a pochi chilometri da Codogno, prima zona rossa d’Italia: lui, che durante tutta la fase del lockdown ha dovuto lavorare anche il sabato e la domenica per garantire il confezionamento dei prodotti destinati alle nostre tavole, racconterà quale l’importanza abbia avuto in quel periodo difficile tenere aperta l’intera filiera produttiva dell’agroalimentare e di una serie di altri settori. E ancora: Walter Bertin, che con la trevigiana Labomar fa ricerca e produzione di integratori alimentari e dispositivi medici conto terzi (per 57 milioni di ricavi), e la cui storia è un po’ il paradigma delle tante altre che Open Factory 2020 vuole raccontare.

La storia cioè di come, nel pieno dell’emergenza, imprenditori come Bertin abbiano riconvertito parti delle loro fabbriche per produrre e mettere a disposizione gratuita delle forze dell’ordine, che ne erano sprovviste, gel igienizzanti (per esempio, nel caso specifico: in altri si è trattato di mascherine, o di camici e tute usa-e-getta per medici e infermieri). Dopodiché, la scoperta è stata che dalla linea produttiva temporanea-d’emergenza poteva nascere una produzione stabile, da aggiungere a quelle già presenti. La Labomar l’ha avviata. Oggi ha un nuovo settore di business.

Saranno questi imprenditori e queste aziende – in rappresentanza di tante altre che hanno già aderito e stanno confermando la loro partecipazione a Open Factory, l’opening di cultura industrial-manifatturiera organizzato da L’Economia e ItalyPost, in calendario quest’anno per domenica 29 novembre – che domani mattina alle 11, racconteranno in una diretta streaming trasmessa su Corriere.it perché, soprattutto in questo 2020, è importante che ogni imprenditore apra anche solo per mezza giornata le porte della sua azienda al pubblico.

Certo, in una fase come questa dedicare energie a un opening richiede sforzi, coraggio e capacità di visione. Solo i migliori imprenditori possono o riescono a esprimerli nei momenti difficili. Le aziende, tutte, si trovano a fare i conti pesanti difficoltà del mercato, con cali stimati tra il 20% e il 50% nella gran parte dei settori. A ciò si aggiungono le difficoltà tecniche, legate al rispetto delle severe norme di sicurezza che quasi tutte le imprese si sono autoimposte. Ma è proprio perché gli imprenditori hanno chiaro che per crescere, o anche solo per sopravvivere, non serve chiudersi in difesa e bisogna cercare di contrattaccare, che molti di loro stanno accettando la sfida di Open Factory: aprire per dare un segnale all’esterno, far toccare con mano che le fabbriche sono un luogo vitale e sicuro.

Questa edizione di sarà del tutto particolare e diversa da quelle degli anni scorsi, per due motivi. Il primo è che nell’epoca del Covid19 l’idea di andare dentro una fabbrica, seppur per piccoli gruppi, sembra essere contraria a una certa idea di sicurezza. Il secondo riguarda la convinzione che, in un momento di crisi, ci si debba concentrare sul lavoro. Ma è proprio per dimostrare quello che gli imprenditori non hanno smesso di raccontare – e cioè che le fabbriche sono luoghi sicuri – che aprire le porte diventa un gesto di fiducia e trasparenza nei confronti dei cittadini e della comunità.

Open Factory diventerà qualcosa di più di un momento di scoperta e socializzazione del mondo produttivo: sarà un momento di affermazione dell’importanza che le fabbriche svolgono per la vita economica e sociale. Non solo. Perché, se ad aprire saranno imprese di settori assai diversi, dalla metalmeccanica alla chimico-farmaceutica, dall’arredamento alle calzature, ci sarà una sezione speciale dedicata alle aziende che hanno contribuito alla lotta al Covid19. Chi ha fabbricato mascherine o gel, chi tamponi, chi letti di ospedale, o strumentazioni biomedicali. E chi, semplicemente, ha garantito la prosecuzione delle filiere agroalimentare o farmaceutica.

A dimostrazione che le fabbriche non servono solo a produrre lavoro e ricchezza, da redistribuire (o così dovrebbe essere) per pagare servizi pubblici, sanità, scuola, ma anche per garantire che, di fronte ad una emergenza, ci sia chi può fornirci macchinari fondamentali per garantire la nostra salute.

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